Da sempre sono stata un'amante della natura e tutte le piante in
genere erano e sono tuttora la mia passione. Le coltivavo in casa
e sul balcone, prediligendo, al tempo, le piante grasse.
Conoscevo le piante bonsai, le ammiravo tantissimo, ma ero completamente
all'oscuro di come venivano lavorate e mai avrei pensato che un giorno
anch'io avrei potuto possederne una e, tanto meno, che sarei riuscita
a ricavare un piccolo bonsai da un'informe pianta comperata in un
vivaio.
Ma le vie del Signore sono infinite e nel 1994 ebbi l'occasione di
poter frequentare un corso base per la lavorazione dei bonsai e, assieme
a mia nipote Caterina Tamaro, mi iscrissi al corso gestito da Armando
Lisetto con la collaborazione di Renzo Pin presso il Dopolavoro Ferroviario
della stazione di Opicina.
Proprio in quel periodo mi ero trasferita, da un appartamento di Trieste,
in una casetta di proprietà sul Carso, contornata da un terreno
molto ampio, immersa nel bosco e ciò ha contribuito ad arricchire
la mia conoscenza sulle varie specie di piante autoctone ivi presenti.
Sono orgogliosissima di questo che per me è un piccolo angolo
di paradiso, dove ogni stagione offre tutte le sue meravigliose caratteristiche
ad un paesaggio già bello di per sé, che comprende,
oltre alla casa, anche due doline, dove scorrazzano i caprioli in
libertà, e vari spiazzi alberati. Un noto botanico triestino,
Elio Polli, che venne più volte a farci visita, disse che solo
una cosa differenziava la nostra proprietà dal famoso orto
botanico di Carsiana: la mancanza dei cartelli con i nomi delle piante.
Infatti vi si trovano tutti gli alberi, gli arbusti, i cespugli e
tante piante selvatiche e aromatiche, tutti tipici della zona. Non
posso perciò parlare di "giardino", perché
tutto cresce in modo spontaneo e selvaggio, ma è un'oasi di
pace, lontana dalle strade e isolata rispetto ad altre abitazioni
che si sa che esistono, ma non si vedono, tanto sono lontane.
In questo contesto, non mi mancava certo l'occasione di poter provare
a trasformare qualche pianticella, magari prelevata in natura, in
un piccolo bonsai: ma proprio piccolo, troppo piccolo, e soprattutto
troppo modesto per poter vantarsi di avere l'appellativo di bonsai.
Erano piuttosto piccole piantine che facevo vivere, dopo averle avvolte
con un po' di filo, in dei vasi per bonsai piuttosto che nei comuni
vasi di terracotta.
Il gruppo di bonsaisti che si riunivano ad Opicina si sciolse per
la mancanza di adepti, ma continuai comunque a curare amorevolmente
le mie creature, purtroppo, però, con scarso successo.
Fu proprio allora che visitai, presso il Castello di San Giusto, la
Mostra dei Bonsai Clubs del Triveneto e, con rinnovato entusiasmo,
mi iscrissi al club Amatori Bonsai Trieste. Correva l'anno 1996: la
maggior parte dei miei vasi per bonsai erano tristemente vuoti, ad
eccezione di un piccolo pesco e di una Syringa vulgaris.
Dopo qualche tempo, mi fu regalato un bel larice, nel quale riposi
tutto il mio amore e le mie speranze. Se ne andò anche lui,
per un colpo di calore, durante un maggio esageratamente caldo, nonostante
le mie premurose cure.
Continuai tuttavia a frequentare le riunioni del club, peccando d'invidia
per chi possedeva delle piante meravigliose.
In seguito, per vari motivi, non rinnovai la mia iscrizione all'ABT
e mi ritirai in buon ordine, a piangere sugli scheletri delle mie
piante.
Ma, si sa, il primo amore non si scorda mai e, ormai libera da impegni,
eccomi qua, con rinnovato ardore, tra i miei vecchi amici ed altri
nuovi, a passare delle piacevoli serate, dove le piante sono in primo
piano e al centro delle discussioni, dove si apprendono sempre nozioni
nuove, dove si possono avere consigli ed aiuti, in un clima di amicizia
e di solidarietà che, in questi tempi, è anche raro.
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